Un cognome “scomodo”

 

Nel ricordare la sua infanzia, Renato non poteva non ripensare a suo padre ed ai racconti che gli faceva riguardo all’opportunità che aveva avuto di giocare nel Genoa negli anni in cui era in serie A; gli diceva anche che, per colpa di suo padre (nonno di Renato), non aveva potuto coronare quel sogno ed era diventato (come cantava De Gregori):

 “Un uomo che non ha vinto mai ed ha appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso rideva dentro a un bar”, quel bar che alla fine lo aveva portato via… portato via alla famiglia... portato via a suo figlio, ancora così piccolo!

C'erano le finali di calcio del Mondiale e Renato si domandava cosa tutti quanti trovassero di divertente nel guardare quelle persone correre dietro ad un pallone; poi, un giorno, del tutto inaspettatamente e forse per una questione di DNA, esplose in lui la passione per quella sfera magica. Cominciò a tifare Juventus, non tanto perché essendo la più forte tifavano tutti per quella squadra, quanto perché si sentiva affascinato dal nome: Juventus… JUVENTUS… Sì, suonava proprio bene. Il solo pronunciarlo gli dava l’idea di un inno alla gloria, sembrava innalzarsi su tutti gli altri come una bandiera che garrisce al vento. Iniziò a frequentare prati e campetti intorno casa per giocare con gli amici. Si sentì subito a suo agio già dai primi tiri poiché il feeling che mostrava con il pallone e le azioni che compiva, non erano frutto di allenamenti, ma dettati da un istinto naturale: finte, colpi di tacco, tiri ad effetto (fino a quel momento considerati impossibili soprattutto se praticati da un bambino di otto anni) in lui erano innati, spontanei. Poi qualcuno lo notò e lo invitò ad iscriversi al Football Club del paese.

Purtroppo lì tutto cambiò, gli altri bambini avevano i papà a bordo campo a sostenerli mentre Renato non aveva nessuno che tifasse per lui e soffriva profondamente di quella non presenza; si sentiva come in un limbo, percepiva le voci dei compagni in modo ovattato così come ovattate erano tutte le altre percezioni; sembrava che la solitudine avesse invaso ogni singola cellula del suo corpicino fino a legarne i movimenti prima così fluidi.

Poi arrivò Pippo: il primo allenatore! Pippo capì il disagio che Renato stava subendo e lo assegnò nei turni d’allenamento nella squadra delle riserve facendo così in modo che, nella testolina del piccolo, scattasse una molla. Renato non si sentiva più così oppresso ne così solo, sia perché era una riserva fra le riserve, sia perché spalleggiato dall’allenatore e dal suo amico del cuore che giocava al suo fianco. Ne seguì un derby: manipolo di scartini ad versus campioni fighetti in cui i primi ebbero la meglio e, soprattutto Renato ed il suo amico (che poi divenne un campione di hockey su prato), emersero per affiatamento durante le azioni, raffinatezza d’esecuzione ed attitudine al gioco, tenendo magistralmente testa alla squadra dei titolari. Renato divenne così titolare in quella squadra dove avrebbero potuto giocare solamente tre ragazzi della sua classe riuscendo a sbaragliare la concorrenza che, per altro, era composta da elementi dalle capacità notevoli (in seguito due di loro divennero pure giocatori professionisti).

Tra gare ed allenamenti il tempo passò e Renato, ormai tredicenne, era in grado di esibirsi in lanci di trenta metri; a quattordici anni passò alle giovanili e, dopo diversi mesi di gavetta, giocò solo tre partite, ma segnò un goal spettacolare di cui si parla ancora e che vi racconterò come mi è stato riportato:

“Palla sulla destra, Giovanni (il bomber) salta un avversario e mette al centro; Renato capisce che è la palla buona, si catapulta su di essa, ma il difensore riesce in extremis ad anticiparlo, mette il piede, la palla carambola sul palo e Renato, più veloce di tutti, fa il tap-in e infila la palla del 2-1”! Il goal si rivelò decisivo per il passaggio del turno e l’anno successivo Renato divenne titolare.

Il nuovo Mister, altra persona che era riuscita a capire le difficoltà psicologiche di Renato, lo arretrò a terzino sinistro. Un pomeriggio, prima di una partita, gli disse:

“Tu marca l'ala destra e appena puoi sali sulla fascia: ti copre Paolo!”.

Fu un grande campionato e arrivarono alle semifinali combattendo una partita fantastica contro gli acerrimi nemici del paese vicino; quel giorno tutto sembrava riuscire bene e Renato ricorda ancora quel tiro: un pallonetto da trentacinque metri, la palla a scendere, portiere battuto e incrocio dei pali! Dieci minuti dopo e di nuovo da trentacinque metri Renato prende una palla di contro balzo, pallone che assume uno strano effetto… traversa piena! Il suo avversario Luca, il numero sette, il più pericoloso fra tutti, completamente annullato!

L'anno dopo (ultimo anno delle giovanili) arrivarono in finale del Torneo; era il ventennale dalla prima edizione, l'ultima partita prima che il torneo venisse soppresso; in tribuna: il vescovo, i sindaci, gli spalti gremiti da tifosi accaniti… l’atmosfera era elettrica!

Purtroppo però la squadra di Renato aveva subìto troppe defezioni e perse malamente.

L’anno successivo, per Renato (dato il compimento dei diciassette anni) ci fu il balzo nella prima squadra, quella degli over diciassette per capirci, che militava in serie D.

Per Renato fu l’inizio della fine,

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