Le scarpe nere

Paolo si trovava davanti all’ennesimo campanello al quale citofonare, il ritornello, per tutto il giorno, era stato sempre lo stesso:

“Buongiorno, sono Paolo della G.E.A., le posso chiedere cinque minuti per mostrale il nostro nuovo aspirapolvere?”.

Inutile dire che, sin dalla mattina e per tutto il tempo, le porte chiuse in faccia e i “no” si erano sprecati, ma Paolo non disperava; sapeva che di lì a poco avrebbe visto Angela, una ragazza che stava frequentando da un paio di mesi e che gli aveva rapito il cuore. Per lei aveva abbandonato il lavoro di guardia giurata e sempre per lei, si faceva oltre 200 km per andare a fare quello sporco lavoro di piazzista. Si alzava alle 5.30 del mattino e rincasava, dopo aver trascorso due ore con lei, verso le 23. Giusto il tempo per buttarsi sul letto e recuperare un po’ di forze. Certamente, in quei mesi di cose ne erano accadute: dalla imprevista gravidanza di Angela (frutto di troppa superficialità) alla frenetica ricerca di una clinica dove ‘non’ far nascere quel figlio che Angela, avendo solo vent’anni, non si sentiva di gestire. Per quanto riguarda Paolo, pur non facendo salti di gioia, avrebbe anche accettato di diventare padre, aveva trentadue anni e sapeva prendersi le sue responsabilità.

Mentre pure all’ultimo campanello nessuno rispondeva (o non voleva rispondere) e il freddo della sera iniziava ad avvolgerlo in quello strano Autunno, il suo pensiero andò totalmente a lei, a quella ragazza dalla carnagione chiara, ai suoi capelli biondi e a quegli occhi verdi nei quali perdersi; poco contava se durante tutto il giorno non aveva venduto nulla. Era anche consapevole del fatto che Angela in quel periodo frequentasse ancora il suo ex ragazzo e pure un terzo conoscente, ma a lui non interessava; era convinto che l’affinità elettiva che li univa, l’attrazione e il suo amore verso di lei avrebbero avuto la meglio sugli altri due contendenti.

Erano giunte le 20; con trepidante attesa Paolo aspettava Angela nel solito piazzale per poter stare con lei per qualche ora. Angela, come arrivò, gli chiese:

“Mi accompagni al supermercato che devo fare un po’ di spesa?”

Lui le disse:

“Volentieri”.

Fu in quel frangente (mentre Angela si comprava una gonna) che Paolo vide un paio di scarpe nere ad un ottimo prezzo e, fra sè e sè, si disse: “Queste scarpe sono perfette per la mia nuova attività di rappresentante!”.

Angela nel frattempo si comprò una gonna che le copriva a stento le ginocchia. Fu uscendo dal negozio che Angela, molto distrattamente, disse:

 “Che buffo quel simbolo che c’è sulle tue scarpe, pare un teschio.”;

Paolo fece un sorriso di circostanza e poi le disse:

“Dove ti porto questa sera?”;

Angela, neppure troppo imbarazzata, rispose:

“Ehm…io alle ventuno devo vedere Tommy”.

Paolo trasalì sul sedile di guida; fu come fosse stato investito da una doccia gelida. Cercò di replicare dicendole:

“Ma come? Non stiamo un po’ assieme e ci beviamo una cioccolata calda?”.

La risposta che gli giunse fu come una coltellata alla schiena:

“No, perché adesso vado a cambiarmi e appena vedo Tommy andiamo in discoteca”.

Paolo rimase basito, non aveva mai visto Angela così gelida, così cinica… Non c’era in lei una minima traccia di rammarico… Era completamente proiettata verso la serata tutta “lustrini e paillettes” che l’attendeva. A quel punto Paolo, per un meccanismo di difesa, non proferì parola; accompagnò sotto casa Angela e le disse:

“Scendi!”

senza nemmeno darle il tempo di dire ciao.

Come Angela mise i piedi fuori dall’auto, ingranò rabbiosamente la prima e con una sgommata ripartì. Nei giorni seguenti l’orgoglio di entrambi ebbe il sopravvento: nessuno dei due fece quel piccolo passo di riavvicinamento e Paolo, come spesso faceva in situazioni del genere, considerò Angela come una persona che era deceduta. Era il suo modo per far tacere il dolore che gli lacerava l’anima. Rincasando dopo ore girate a vagare nella notte, Paolo si accorse che sul sedile posteriore giacevano le scarpe nuove. Le guardò con un moto di disgusto, le prese, le portò in camera e, come segno simbolico, le mise sopra un armadio. Da quel giorno rimasero lì.

Passarono le settimane, i mesi; Paolo chiaramente non si presentò più nemmeno al lavoro di piazzista; si chiuse in se stesso confortato da quei pochi amici che aveva; tali amici gli consigliarono di farsi reintegrare come guardia giurata. Paolo fece una chiamata al suo capo servizi che, negli anni, era diventato un po’ come quel padre che l’alcool gli aveva portato via quando era ancora un bimbetto. Dopo una breve conversazione venne riassunto, ma a condizione che offrisse disponibilità totale a fare anche quel servizio di portavalori che, per pigrizia, aveva sempre rifiutato. Paolo accettò di buon grado: fare il portavalori, oltre che distrarlo, gli avrebbe portato a fine mese quei trecento euro in più che facevano sempre comodo; certo, c’era un coefficiente di rischio maggiore, ma a trentadue anni aveva mantenuto ancora quell’incoscienza tipica dei vent’anni.

Destino volle che una sera, mentre era all’interno del furgone portavalori, assieme ai due colleghi che componevano la “formazione” classica per quel tipo di servizio, quando mancavano poche ore alla fine del turno, su un tratto dell’autostrada si videro affiancare da una berlina blu con un lampeggiante acceso e cento metri più avanti videro stagliarsi un camion messo di traverso. L’autista, un po’ preso dal panico, non trovò di meglio che arrestare il mezzo; Paolo con la radio chiamò subito la centrale per dare l’allarme. In pochi minuti però, si delineò una scena degna di un film: dalla berlina blu scesero quattro individui, volto coperto, kalashnikov e fucili a pompa a braccio. Senza troppi preamboli, disposti a cerchio, iniziarono a mitragliare il furgone blindato (che poi tanto blindato non era…); all’interno del veicolo iniziò l’inferno e botti terrificanti esplosero sulle lamiere con un fragore assordante. Attimi, secondi interminabili dopo i quali uno dei quattro si avvicinò al conducente intimandogli di scendere. L’autista, visto che il furgone non avrebbe retto ad una seconda gragnola di colpi ed anche per prendere tempo, scese con le mani ben in alto. Ad accoglierlo fu un pugno diretto che gli spacco il naso; il malvivente, con forte accento est europeo, gli ordinò di aprire la cassaforte; l’autista fu costretto ad ubbidire. In pochi secondi i banditi fecero man bassa del bottino e si dileguarono sull’auto blu. L’autista (tale Federico Liotta, guardia giurata da oltre vent’anni) ripresosi dallo shock rientrò nel furgone dove erano rimasti i due colleghi. La guardia seduta sul sedile posteriore era sotto shock per via dei botti che lo avevano letteralmente assordato; Paolo invece, seduto sul sedile di fianco pareva tranquillo. Federico gli diede un colpetto sulla spalla dicendogli:

“Coraggio il peggio è passato”,

 ma da Paolo non ottenne risposta. Solo una flebile esalazione e un rantolo. Un proiettile era penetrato nell’abitacolo attraverso le fenditure dell’aerazione ed era finito proprio nel cuore di Paolo.

Il giorno del funerale toccò alla anziana madre di Paolo l’opera di scegliere i vestiti con i quali il figlio avrebbe affrontato l’ultimo viaggio terreno. Dopo aver scelto con cura un completo scuro si rese conto che non c’erano un paio di scarpe adeguate e abbastanza nuove da far indossare al figlio defunto. Fu a quel punto che il suo sguardo si posò sulla scatola che per mesi era rimasta intonsa su un armadio. Lorenza, la madre di Paolo, prese una sedia salì sull’armadio e aprì la scatola e con relativa sorpresa vide quelle scarpe nuove di zecca. Per un attimo fece una riflessione dettata anche dal suo vissuto in quanto figlia di un’adolescenza vissuta a cavallo della seconda guerra mondiale dove le scarpe erano un bene prezioso. Il pensiero che le passò, per un breve attimo, fu questo:

“Che peccato… un paio di scarpe nuove da usare per un solo giorno!”;

ma fu un attimo, il dolore per la perdita del figlio prese il sopravvento, con le lacrime agli occhi le consegnò all’addetto delle pompe funebri in modo tale che potesse calzargliele.

Angela apprese la tragica notizia dai telegiornali e, nonostante non si sentissero più da mesi, decise di partecipare al funerale. Alla cerimonia erano presenti tutti i colleghi della regione, pervenuti per dare l’estremo saluto a chi purtroppo non c’era più. Angela si fece coraggio per andare a salutare per l’ultima volta Paolo prima che il feretro venisse sigillato. Per un attimo ebbe un momento di mancamento quando, fra le altre cose, vide che Paolo indossava proprio le scarpe nere con quel simbolo a forma di teschio che, in un flash, ricordò avere comprato quel fatidico giorno nel quale le loro strade si separarono… adesso e in futuro, senza possibilità di ripensamenti… per sempre.

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