Cuore di Nonna

Il sole stava tramontando all’orizzonte; le giornate erano ormai molto corte in quel tardo pomeriggio di fine Ottobre in cui le folate di aria piuttosto fresca tentavano prepotentemente di soppiantare il calore estivo. Sonia era in un angolo della piazza, ma non era un angolo qualunque: era il suo angolo, una minuscola frazione di centro città che si era scelta per essere in mezzo alla gente ma, contemporaneamente, un luogo dove passare inosservata agli occhi dei vigili locali. Non che facesse qualcosa di male, tutt’altro, ma da una decina di mesi si appostava lì per svolgere il suo lavoro: leggere la mano ai passanti. L’arte della chiromanzia le era stata insegnata dalla nonna materna quando era bambina. Sonia faceva parte di una comunità nomade che si spostava per l’Italia e il centro Europa. Si trovavano in Toscana da quasi un anno e Sonia, ormai diciassettenne, era stata mandata dai genitori a lavorare già da molto tempo. Fino ad allora con i vigili non aveva avuto particolari problemi anche perché sapeva perfettamente che quando li vedeva avvicinarsi, per una sorta di tacito accordo, era prudente mimetizzarsi. D’altronde anche gli agenti che normalmente pattugliavano la zona avevano iniziato a prendere in simpatia quella giovane rom dai lineamenti tipicamente slavi: gli zigomi alti; gli occhi dal taglio orientaleggiante e di un verde che a volte, come il mare, sfociava nell’azzurro; la carnagione chiara dava risalto allo sguardo intenso ed ai capelli corvini leggermente arruffati che le accarezzavano le spalle; la corporatura esile… suscitava troppa tenerezza per essere in qualsiasi modo sgridata o cacciata per svolgere un’attività che, alla fine dei conti, aggiungeva un tocco di folklore in più alla piazza cittadina.

Il vento freddo della sera stava cominciando a fenderle la pelle delicata e la larga sottana che giungeva fino alle caviglie, accompagnata da una camiciola di seta, non erano sufficienti a proteggerla da quelle sferzate di aria gelida. Sonia si era fermata un po’ più del solito per osservare il sole calare all’orizzonte e lo scenario poeticamente struggente aveva fatto sì che dalla sua memoria riaffiorassero quelle immagini che la stavano accompagnando da troppe settimane: erano le immagini della cara nonna morente… quella nonna che si era presa cura di lei, al pari di una madre, fino da quando era piccolina. Era stata proprio lei ad iniziarla alle cosiddette arti magiche; le aveva insegnato a leggere la mano, ad orientarsi guardando le stelle e le raccontava tutte quelle belle leggende legate alle tradizioni popolari della loro etnia. Questi ricordi gioiosi venivano spesso soppiantati da quelli strazianti delle ultime ore di vita della nonna che, dal suo letto di morte in ospedale (e probabilmente in preda al delirio datole dalla morfina), con un rantolante filo di voce le diceva:

“Sonia, piccola mia, ti voglio tanto bene… ricorda una cosa: quando le lacrime e il vento solcheranno il tuo viso vai sempre verso nord, non fermarti mai…”.

Con tutta probabilità era solo il vaneggiamento di un’anima morente ma, ogni volta che si ritrovava a pensare alle sue manine ossute che stringevano quelle nodose e fredde della nonna (quasi volesse trattenerla ed impedire alla morte di portarsela via) e a quella donna che tanto amava e che l’ aveva tanto amata, sentiva un brivido scorrerle lungo la schiena. Per esorcizzare queste riflessioni cercava di concentrarsi sulle persone e, quando queste la evitavano, si cullava nel ricordo delle antiche fiabe o leggende che le raccontava la nonna sulle origini del suo popolo.

“Devi sapere”, le diceva la nonna, “che un tempo anche noi avevamo una patria come tutte le altre popolazioni, però avevamo una caratteristica: il nostro gruppo etnico viveva nelle viscere del sottosuolo, nella cosiddetta terra cava, nel mondo di Agharti la cui capitale è Shambhalla ed è occupata e dominata da esseri sovrannaturali che hanno lo scopo di osservare l’umanità e, in certi casi, intervenire affinché il male non possa sopraffare il bene. Il nostro popolo, purtroppo, commise un grave peccato e per tale colpa venimmo condannati a girovagare per il mondo senza avere una nazione nostra e nell’eterna ricerca di uno degli ingressi segreti che sono celati ai più”.

Sonia si rese improvvisamente conto che si stava attardando e che il buio stava velocemente sostituendo le ombre lunghe del pomeriggio; le luci dei lampioni, per effetto crepuscolare, si stavano accendendo ad una ad una e quindi si avviò per far ritorno a casa, o per meglio dire, alla roulotte che era stata la sua abitazione da sempre. Strada facendo si sentì pervadere dalla malinconia (cosa che le capitava di frequente), così indirizzò i suoi pensieri verso i luoghi ameni dell’anima ed iniziò a sognare ad occhi aperti. Si vedeva condurre una vita simile a quella di qualsiasi altra ragazza europea: uscire con gli amici, frequentare l’università, avere un fidanzato… anzi, no, un marito! Sì, un marito con il quale essere felice in una casa dalle fondamenta solide.

In quegli ultimi anni si era stancata di girare di città in città e avrebbe voluto avere una dimora fissa, magari un lavoro come commessa… in fin dei conti nulla e nessuno le poteva vietare, se non altro, di sognare. Ma la realtà la conosceva benissimo: le sue origini erano nomadi e il suo matrimonio già combinato con un altro rom.

Un rumore improvviso alle sue spalle la riportò bruscamente alla realtà. Si girò di scatto e vide due brutti ceffi che la seguivano. Accelerò il passo, ma i due uomini continuavano a pedinarla; si mantenevano a debita distanza e subito Sonia realizzò il motivo del loro atteggiamento… Era ancora nel centro abitato e, se avesse urlato, sicuramente qualcuno l’avrebbe sentita, ma chi l’avrebbe aiutata? Il problema si faceva, passo dopo passo, sempre più pressante. Era ormai in periferia e, per raggiungere il suo accampamento, doveva percorrere due chilometri di strada sterrata sulla quale l’illuminazione non era ancora giunta. Si fermò un momento per domandarsi cosa fare mentre una sensazione di panico si stava impossessando di tutto il suo essere. Non ci fu tempo materiale per riflettere freddamente: i due erano sempre più vicini e l’unica possibilità che le venne in mente in quell’istante (dettata più dall’istinto che dalla ragione) era quella di scappare; era agile e leggera mentre, a giudicare dalle sagome, quei balordi dovevano essere piuttosto corpulenti e pesanti.

Cominciò quindi a correre senza pensarci un attimo di più; in definitiva per lei un paio di chilometri non erano poi tanti: ne percorreva almeno il doppio tutti i giorni e in gran velocità per essere la prima a salutare il sole levante, per vederlo fare timidamente capolino da Est ed infine sorgere e fiammeggiare maestosamente per scaldarla e infonderle fiducia ed energia. Spesso tentava di contare i chilometri. Mese dopo mese, era riuscita a calcolare che copriva un chilometro in otto minuti circa. Certo, in quel frangente avrebbe dovuto buttare il cuore oltre l’ostacolo e correre a perdifiato. Ormai, senza quasi accorgersene, era al limite delle sue capacità e la sottana lunga le impediva di correre come sapeva. Anche quegli energumeni avevano cominciato a correre; per un chilometro buono aveva avuto la sensazione di essere riuscita a seminarli ma adesso aveva il fiatone, sentiva che le forze le venivano meno, sentiva rallentare la sua corsa e, soprattutto, sentiva i passi dei due sempre più vicini. Fu in quel momento topico che, visto anche il buio incipiente, inciampò in un sasso;

 

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